Categoria: Letture proposte

Sulla responsabilità educativa

Franco Nembrini è un insegnante, scrittore e pedagogista italiano , nonchè famoso esperto di Dante. Fra i suoi scritti il libro "Di padre in figlio".

Di seguito riportiamo le parole di un suo recentissimo intervento.

"La nostra generazione ha sentito che il mondo era da cambiare, che c’era tanto lavoro da fare, ma ha avuto uno scatto di orgoglio e ha detto: “Il mondo fa schifo – uso le parole dei ragazzi, spero di non scandalizzare nessuno –, la Chiesa fa schifo, la famiglia fa schifo, la società fa schifo: noi la cambieremo”….. e ha provato a cambiarlo – che ci sia riuscita o no, è un’altra questione, lasciamo stare i risultati tristissimi a cui siamo pervenuti; ma ci ha provato. La differenza più acuta rispetto ai ragazzi di oggi mi pare questa. Anche loro dicono: “Il mondo fa schifo, la politica fa schifo, tutto fa schifo”, ma giungono a una conclusione terribile:
“Anch’io faccio schifo”.
Hanno un sentimento di sé come se non si perdonassero, come se avessero nella vita quasi una percezione di un’oscura colpa a cui non sanno neppure dare un nome, e che temo che a volte coincida con la colpa di essere nati. Sono deboli e fragili di fronte a se stessi prima di tutto. Papa Francesco, in alcuni suoi discorsi meravigliosi, parla di “orfanezza” di questa generazione (in italiano l’hanno tradotto così), una generazione di orfani. A me ha colpito tantissimo, perché mi sono chiesto: ma come mai il Papa dice che questa è una generazione di orfani? E lo dice del mondo intero, non solo dell’Italia o di Roma. Perché da un certo punto di vista, la generazione dei miei genitori e dei miei nonni, quella sì che fu una generazione di orfani: milioni di nostre donne hanno cresciuto i propri figli senza il papà, via per la guerra o emigrante per lavoro; ma non abbiamo mai detto che quella era una generazione di orfani. Perché lo diciamo di questa? Io credo che lo diciamo proprio nel senso in cui lo dice il Papa: è una generazione orfana di senso, orfana di speranza, orfana di un bene possibile, orfana di testimoni, di maestri, di padri e di madri che sappiano testimoniare che la vita è prima di tutto un bene grande, da portare magari con fatica e con sacrificio, ma è un bene grande. A me sembra che il punto più debole di questi ragazzi sia prima di tutto questo: non sentono se stessi come un bene…..è una generazione che si fa del male perché non si accetta, si punisce di un’oscura colpa, che secondo me è questo oscuro sentimento della colpa di essere al mondo. È una generazione di ragazzi che non si sente voluta bene. Allora mi sembra che il nostro primo grande dovere, il nostro primo grande compito è quello di esercitare una responsabilità educativa come perdono, come misericordia. A me pare che tutto il problema del cristianesimo si risolva in questo. Potremmo dire la stessa cosa da un altro punto di vista: in che cosa consiste in sostanza l’educazione? L’educazione è quell’azione che l’uomo compie, perfettamente coincidente con il cristianesimo. Che cosa ha fatto Dio quando ha visto la povertà e l’infelicità degli uomini? Ha fatto una cosa semplicissima: li ha amati. Amati – l’ho imparato fin da quando ero piccolo – vuol dire che ha dato la vita per noi prima che diventassimo buoni. In questo sta l’amore: che Dio ci ha amati per primo mentre eravamo ancora peccatori. Quando è sceso sulla terra, è sceso per annunciare questo: che c’è un Padre che ha la forza di amarci e di dare la vita per noi mentre siamo ancora peccatori. A questi ragazzi manca esattamente questo sentimento di sé: non si sentono mai perdonati, non si sentono mai veramente voluti bene. Si sentono dire, da quando sono bambini: “Io potrei volerti bene, se tu…”. Se tu cambiassi in questo, se tu cambiassi in quest’altro… Non sono mai andati bene né alla mamma né al papà, né alla suora dell’asilo, né al prete né al professore. C’è sempre da cambiare qualcosa. Invece l’educazione, a me pare, comincia esattamente su questo punto: quando un adulto ha la forza di guardare un ragazzo – faccia quello che faccia, si trovi dove si trovi – e di dirgli: “Io darei la vita per te adesso”. Se io sono diventato grande, se in qualche modo la letizia ha sempre caratterizzato la mia vita e quella dei miei fratelli, che sono ancora più allegri e straordinari di me, è perché quando nostro padre ci guardava non ci diceva: “io potrei volerti bene se tu fossi più buono, io potrei volerti bene se tu cambiassi”. Io ho sempre sentito nello sguardo di mio padre questa incredibile affermazione: “Io darei la vita per te adesso”. Dar la vita per gli altri, lo possono dire tutti; il cristiano è l’unico che può dire quell’“adesso”, perché lo ha ricevuto. Il cristianesimo è la grande scoperta che Dio si fa compagno della vita con noi prima di chiederci di cambiare. Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma per me questa è una rivoluzione di tutti i giorni: perché sentirsi guardati così è il segreto della positività della vita, è quel che fa sentire sé come un bene e la realtà come ultimamente positiva. In questo abbraccio, in questo sguardo per cui uno darebbe la vita per te, tu hai il coraggio e la forza di diventare grande“.



19ENNE MORTA IN DISCOTECA/ I conti con il cuore dell’uomo non tornano mai

 - Mauro Leonardi ilsussidiario.net

Una nuova vittima dello “sballo”: Erika Lucchesi, 19 anni, è morta per un mix di alcol e droghe. In barba alle nostre analisi

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Foto LaPresse
Una nuova vittima dello sballo. Una giovane livornese di 19 anni è morta di notte in un locale notturno di Sovigliana, frazione di Vinci (Firenze), durante una serata che avrebbe dovuto essere solo all’insegna del divertimento. Erika Lucchesi, questo il nome della ragazza, a quanto risulta dalle indagini si sarebbe sentita male intorno alle 4.15. Al momento gli inquirenti ritengono assai probabile che la morte possa essere stata causata dall’abuso di alcol e droghe.

Sul tema delle morti del sabato sera recentemente si è espressa anche Susanna Tamaro che ha scritto di giovani senza memoria e senza storia, figli di genitori che vogliono evitare loro ogni sofferenza ma anche ogni fatica della conquista, e di un’epoca, il 68, che ha illuso tutti rispetto al fatto che libertà significhi anarchia e che ogni desiderio sia espressione di un diritto.

Non so cosa pensasse Erika nel momento in cui si è condannata ad una morte tanto tragica, e non so cosa mi direbbe dello scritto dell’autrice di Va’ dove ti porta il cuore. Io non oso pensare a quali possano essere i meccanismi per cui un giovane che dovrebbe amare la vita, vivere di progetto ed ideali, finisce per incatenarsi alla schiavitù della dipendenza e a condannarsi ad una morte umiliante. Non lo so. Susanna Tamaro invoca la solitudine, l’assenza di memoria, l’essere cresciuti in un contesto di iper-protezione, riportando quindi tutto alle influenze culturali. Non voglio dire che questi elementi non possano essere delle cause o delle concause, ma temo che possa esserci la tentazione di semplificare. La “gioventù bruciata” è sempre esistita assieme ad una gioventù eroica ed idealista.

Abbiamo giovani come Erika e anche giovani come Greta Thunberg: magari Erika aveva partecipato ai Friday For Future anche se aveva bisogno di una come Greta per decidere di mobilitarsi. Non ci sono solo le ragazza che muoiono in discoteca. Ci sono anche le giovani ricoverate per neoplasie a vario titolo e che hanno fatto un calendario dove si sono fatte ritrarre in modo che fossero evidenti i segni della malattia contro cui stano combattendo.

Ci sono giovani che si perdono perché nati in situazioni di disagio e altri che invece proprio dalle medesime condizioni di disagio riescono ad emanciparsi conducendo vite esemplari. Ci sono ragazzi di famiglie “perbene” che si macchiano dei peggiori delitti ed altri invece che da quelle famiglie perbene imparano in famiglia la generosità e l’impegno.

Direi che nel bene e nel male non ci sono ricette sicure. Certamente funziona l’esempio ed è vincente rispetto alle chiacchiere. Certamente la coerenza e la testimonianza personale vincono sui bei discorsi. Di sicuro ha ragione la Tamaro a ribadire l’importanza della memoria e della cultura quali antidoti per ogni dipendenza. Ma poi rimane comunque che ogni ragazzo, ogni essere umano è un mistero. Che l’educazione è una scommessa di libertà. Tu puoi chiamare, educare, accompagnare ma poi tocca all’individuo scegliere.

E allora forse più che stare sui valori generali, dovremmo conoscere di più i pensieri e le vita di ciascuno di questi ragazzi. Io non conoscevo Erika e non so cosa pensava. Magari, dall’al di là da dove mi guarda, vorrebbe dirmi che quello che le accaduto è stato solo uno sbaglio, l’eccesso di un momento. Conosco tanti detenuti che raccontano di aver commesso i loro delitti in istanti, od ore, di buio, di follia. Probabilmente l’altre sera per Erika la discoteca non era musica e divertimento ma sballo e alienazione. Magari è stata l’unica volta, magari era ogni volta così. Chi erano gli amici? Ne aveva? A scuola nessun insegnante si è accorto che qualcosa non andava? E a casa? Anche se andava tutto bene, Erika percepiva affetto, comprensione, vicinanza?

Sono queste le domande che ci devono provocare. E dobbiamo accettare che molte rimangano senza risposta. Magari potessimo dire che è tutta colpa del 68 o dei social o dei genitori. Purtroppo – o per fortuna – i conti, con gli esseri umani, non tornano mai. O, diciamo, tornano solo se a contare ci si mette Dio. E alla fine Erika rimane, in conclusione, un mistero doloroso per cui pregare e da custodire.

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LETTERA APERTA A UNA “RAGAZZA FORTUNATA” DI 23 ANNI CHE HA SCRITTO AL “CORRIERE DELLA SERA” RACCONTANDO LA SUA DISPERAZIONE, PER COLPA DEGLI ALTRI, LEGATA ALLA SUA VITA D’UFFICIO

LETTERA/ “Ho 23 anni, sono privilegiata ma infelice”: risposta a Benedetta

 - Raffaele Iannuzzi

Lettera aperta a una “ragazza fortunata” di 23 anni che ha scritto al “Corriere della Sera” raccontando la sua disperazione, per colpa degli altri, legata alla sua vita d’ufficio

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Cara Benedetta, se lo affermi, non può che essere vero: sei una “ragazza fortunata”. Chissà perché, però, dopo aver letto il tuo incipit, mi è venuta fuori questa domanda: che significa?

Domanda particolarmente significativa, poiché dalla tua lettera traspare una duplice posizione: da un lato, affermi di essere “fortunata”; dall’altro, giudichi l’universo mondo. Dunque, la tua posizione iniziale – “sono fortunata” – è retorica e non corrisponde a una posizione del cuore.

Il cuore non è la spremuta dei sentimenti (e delle reazioni emotive), ma l’unità dell’io, la struttura compatta della persona. Dal cuore nasce il giudizio equilibrato e realistico sulla realtà. Ma non appena prendi contatto con questa sorgente interiore, il cuore, scatta, maestosa, la gratitudine. O la gratitudine o la reattività infantile.

La questione di fondo della vita, cara Benedetta, non è legata alle “generazioni”, passate, presenti e/o future, ma alla posizione umana davanti alla realtà. Tutto qua. È troppo semplice, ancorché non facile, ecco perché, per raccontarsela foltamente, è necessario impastare la narrazione con lo stato di questa gioventù, splendidamente disadorna di orizzonti, e infine bastonare a sangue i tronfi padroni, le élites. Ma tu, come hai detto all’inizio, fai parte delle élites: sei “una ragazza fortunata”. Non devi sbatterti per pagarti gli studi, servendo ai tavoli in pizzeria. Ecco perché sei “fortunata”, ma in fondo povera: la fame e il bisogno rimbalzano sulla vita e rimandano al desiderio. E, tanto più ti sbatti sul dettaglio del bisogno, tanto più riesci a essere fedele al desiderio.

Il filosofo libertario americano Thoreau aveva già capito tutto a suo tempo: “La maggioranza degli uomini vive in questa disperazione. Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione rafforzata”. Vale per uomini e donne, naturalmente: e tu?

Le paghe basse, i salari da fame, la “svalutazione del lavoro” è sociologismo astratto e senza presa, la vita si conquista sul campo. Facendo tutto ciò che può e deve essere fatto, perché richiesto (perché no?), dal caffè alla consulenza. Questo non è “farsi mettere i piedi in testa”. Si impara servendo l’altro, uscendo fuori dalla gabbia d’acciaio dell’ego, che non riesce mai a patteggiare adeguatamente col nucleo originario della realtà e, dunque, alla fine, ti inganna. La vita, insomma, non si gioca sulla carriera, ma sullo scopo.

Ricerche di psicologia sociale, realizzate da università americane, hanno dimostrato che i giovani alla ricerca della felicità come appagamento immediato (tradotto: non faccio i caffè, non sposto i mobili dell’ufficio, non sporco le mie preziose manine da “ragazza fortunata” e non accetto di essere cacciata, perché voglio l’istante appagante, ora), sono, alla fine, più depressi che mai. Assai di più di altri giovani che, invece, servono uno scopo e, perciò, si sporcano le mani, si immergono nella realtà, cercano i significati fondamentali della vita. Funziona, credimi, Benedetta. Ha sempre funzionato.

Dio ha creato il mondo a partire da un’ipotesi positiva e per un destino positivo. Non credi in Dio, perché tanto la “fortuna” deriva dalle risorse familiari, quindi il tuo “dio” è più a portata di mano? Nessun problema, riformulo la questione in gioco: hai una vita da abitare, da rendere decente e significativa, e per far ciò diventare “colta” serve a poco. Spostare il focus potrebbe esserti utile.

Anche perché la “cultura” non è l’ultimo e inutile master accademico, con tanto di attestato, ma l’atto del dire sì alla vita. “Cultura” richiama il verbo latino “colo, colere”, coltivare, far crescere, è il mazzo che si fanno i contadini a contatto con la “fertile bassura dell’esperienza” (Kant).

Molti riferimenti “colti” tutti dedicati a te, cara Benedetta, per dirti una cosa, questa sì, molto “culturale”, nel senso sopra indicato: la colpa non è mai degli altri, la responsabilità di tutto, anche di ciò che non è causato direttamente da te, è tua e solo tua. Punto. Prima lo imparerai e meglio sarà per te e per chi vivrà e lavorerà accanto a te. Più credi nel potere della tua responsabilità, più hai potere e, di conseguenza, puoi giocare meglio le tue carte. Chi punta l’indice verso gli altri, rischia di perdere il prezioso dito.

Nel mondo ci sono milioni di giovani che aprono business online, fregandosene dell’elitismo culturale e, mentre li mandano fuori a fare il caffè, studiano l’ultimo audiocorso che servirà loro a tirar su un sito decente per comunicare con gli altri ed offrire aiuto. Così si guadagnano da vivere e lasciano anche un segno del loro passaggio storico. È quanto fanno anche i meno giovani, ad esempio il sottoscritto; in ogni caso, al di là della mia persona, tutto è meglio del narcisismo dei cosiddetti “fortunati”.

Qui stiamo ancora a parlare di lavoro svalutato, dignità professionale, posto fisso oppure, versione più raffinata, “carriera adeguata agli studi”, che implicherebbe “meritocrazia”, il solito mantra dei “fortunati” come te, Benedetta.

Ecco, in sintesi, la vera tragedia: i “giovani” (anagraficamente parlando) che ragionano come i propri avi, buttando però la palla in tribuna e biascicando le parole di cui sopra, anziché partire dal primo soggetto che incontrano davanti allo specchio la mattina: se stessi. Chi si reinventa ha capito semplicemente una cosa: ogni giorno, all’alba, in qualunque posto tu abbia passato la notte, ti reinventi. Perché il nuovo giorno è appunto nuovo: “Ecco, faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5).

I pensieri, in quel frangente estatico, iniziano a fluire, uno dietro l’altro. Non solo, la gratitudine inizia a risorgere, all’alba, al mattino, prima del caffè, prima di tutto. C’è qualcosa che viene prima da sistemare, per ripartire verso la vita, ecco quanto sto cercando di dirti, Benedetta. E questo lavoro va fatto senza attendere che le “generazioni” storiche cambino di segno, che la razza padrona sia meno padrona e ti regali il quarto d’ora di riunione da ricordare, magari con un selfie: è la fame di vita, di senso, di amore, di denaro, perfino di gloria a muovere il cuore dell’uomo. Meglio che uno si rotoli nel fango con uno scopo piuttosto che si impasti con il moralismo paralizzante e grigiastro.

Non devi chiedere il permesso a nessuno per esistere, creare, avanzare nella vita. Inizia a servire e, quindi, inizia a servire-a-qualcosa/qualcuno, primo passo. Il mercato ti paga se risolvi problemi e soddisfi bisogni, altrimenti lo “stagismo” diventa la malattia infantile del nichilismo (in primis dei “fortunati”). Questo, oggi, si chiama “lavoro”. Chìnati, quindi, sui bisogni degli altri, fatti il mazzo per aprire strade, pratica la follia della dedizione, dacci dentro, insomma, e vedrai che, anziché “fortunata”, alla fine ti ritroverai nei panni della realizzata. Lavorare stanca – chi può negarlo? – ma nessuno ti deve niente, la vita non ti deve niente, la società non ti deve niente, gli altri esistono se li includi nel tuo orizzonte esperienziale e se fai davvero esperienza del vivere. Altrimenti sono solo un alibi per piangersi addosso. Non esiste il pasto gratis.

Cito le tue parole, il tuo alibi perfetto: “Allora è meglio versare qualche lacrima di nascosto e poi tornare a farsi mettere i piedi in testa. Ma senza mai perdere l’ottimismo. In fondo, i privilegiati siamo noi”.

I privilegiati sono coloro che fanno esperienza della vita, anche degli urti bastardi della medesima, perché la libertà si esercita, rafforza e acquista profondità nel dramma. Ragione per cui essa, la libertà appunto, è la cosa dalla quale siamo maggiormente in fuga. Perché libertà fa rima con responsabilità.

Esperienza, infine, altra parola chiave, significa accorgersi di crescere: fai i tuoi conti con questa verità. Prima li farai e prima diventerai adulta. Buon cammino, dunque, Benedetta.

Imparare a danzare sotto la pioggia, qualunque sia la stagione del momento. Tutto riparte da te e l’io rinasce solo in un incontro. Il primo incontro, di profonda beltà, deve essere con la realtà. Lo comprese bene anche Freud e lo chiamò principio di realtà. Il resto lo lasciamo ben volentieri ai disperati da salotto. Ai quali, ne sono certo, tu non vuoi appartenere, perché le tue parole indicano, tra mille incroci non risolti, un altro orizzonte.

Tutto qua, cara Benedetta. Che la vita ti insegni presto a danzare sotto la pioggia.

Con amicizia.